LUCIANO ANGIOLI

Qual è il tuo primo ricordo legato all'arte?

 

E’ un bel ricordo infantile legato ad un frequente trastullo. Mi divertivo a disegnare e colorare piccoli indumenti (camicie, canottiere, maglie) su fogli di carta, poi li ritagliavo e li appendevo a dei fili come fossero stati panni stesi.

 

 

 

Su cosa si basa la tua ricerca, sia sul piano tecnico che concettuale?

 

La mia si potrebbe definire pittura-pittura fatta con i pennelli ed i colori, da qualche anno realizzata quasi esclusivamente con la tecnica dell’acquarello su tavola. Alla base di ciò c’è un uso costante del disegno, essenza della formazione giovanile e direi anche della tradizione toscana. In passato ho usato molto i colori acrilici con sovrapposizioni a velature ed ancora prima i canonici oli su tela. Pittura-pittura quindi e disegno-disegno con qualche avventura nell’incisione e nella ceramica.

 

Gli esiti formali sono figurativi, ma non dal vero, bensì ispirati dalle sovrapposizioni visive che percependo la realtà si collocano nella memoria. Senza tragedie, ce ne sono anche troppe nella quotidianità, ma ricercando piuttosto l’armonia fra tracce dell’uomo e natura, corpi femminili senza volti ripetuti in più contesti come in un rituale magico, citazioni storico-artistiche, architetture naturali ed edifici, evocazioni ed invocazioni dei misteri primari della vita alla ricerca di ciò che sappiamo esistente, ma non si vede, se non tramite il fare artistico.

Arte quasi come una pratica archeologica di indagine nelle stratificazioni culturali, visive, magiche e storiche.

 

 

 

Quali artisti, del presente o del passato, sono un tuo riferimento o una tua fonte di ispirazione?

 

Negli anni della formazione provai per molti grandi entusiasmi, ma setacciando un po’ i ricordi, posso dire che per l’antichità erano gli arcaismi a colpirmi maggiormente, l’arte delle prime fasi delle civiltà, le forme che con semplicità rendevano visibili le maggiori profondità del pensiero e dello spirito. Le sculture cicladiche, le opere etrusche come quelle paleocristiane, altomedievali o romaniche.

Nel momento in cui cominciava ad affermarsi l’idea dell’artista con la sua personalità singolare il mio interesse fu catturato da Hyeronimous Bosch, dai fiamminghi, da Carpaccio, quanto dal Perugino e prima di lui Simone Martini ed i senesi, ma anche Masaccio o il Pontormo. Troppi, sarebbe una elencazione noiosa, ma posso francamente dire di essermi lasciato affascinare da quasi tutti, anche i vituperati barocchi e senza menzionare i nomi più eclatanti se non Leonardo o Mantegna.

 

La modernità e la contemporaneità forse un po’ meno, o meglio, le passioni seppur assai diffuse anche in questo vasto contesto culturale, sono state un po’ più selettive ed improntate al simbolo, più che al paesaggio, all’espressione più che all’impressione, all’istintuale più che al razionale, alla metafisica più che al realismo. Ecco allora Redon, i Preraffaelliti ed anche Goya fino all’avanguardismo non prettamente formale, fino a De Chirico per intenderci, Chagall e poi Morandi o Casorati. Oggi tutto mi risulta più difficile. Mi colpisce Paladino, ma ho visitato con disappunto troppe Biennali di Venezia.

Riferimenti o ispirazioni descrivibili in modo preciso quindi, penso proprio di non averne. Visitando le Fiere d’Arte solo in qualche sporadico caso mi sento un po’ affine, per un momento. Non riesco ancora a considerare Arte un esclusivo esercizio formale, sebbene sia consapevole che la Forma è uno dei suoi fondamenti.

 

 

 

Pensi che oggi l'artista abbia, o debba avere, un ruolo “sociale”?

 

L’arte ed il sociale possono andare d’accordo soltanto se alla prima si dedicano gli artisti individualmente o condividendo idee, ma non forme, in piccoli gruppi, ed il sociale lo percepiscono e lo vivono non solo come mercato, seppur necessario, è ovvio, ma come luogo di incontro e conoscenza, di aggregazione ed anche scontro o lotta per le idee. Negli anni settanta, quelli della mia giovinezza, il sociale era preponderante ed io stesso mi lasciavo coinvolgere in desideri comunicativi, popolari, politicamente aggreganti, ma gli esiti artistici erano un po’ scontati per il manifesto desiderio di voler essere comprensibile. Inserivo anche parole nelle figurazioni, quasi fossero dei “creativi rebus” per facilitarne la lettura.

No, penso  proprio che quella sia una strada senza sfondo, senza orizzonti sconosciuti, da indagare, verso i quali tendere.

Non ruolo sociale dell’artista allora, ma piuttosto società che rimette al centro delle proprie attenzioni l’Arte e con essa l’Artista. L’Artista è un intellettuale un po’ anomalo, non è il poeta , il filosofo o il narratore scientifico che si affida alle parole, egli unisce il pensiero al fare manuale, alla forma, al visibile e tangibile generalmente silenzioso.

Generalmente, ribadiamolo, perché oggi è facile cadere nel rumore pubblicitario di rubriche stampate o televisive pur di esserci.

 

 

Cosa troverò di te nei tuoi lavori?

 

Nei miei lavori, nei quadri, spero tu possa smarrirti un po’ percorrendoli, visitandoli lasciandoti suggestionare da segni e colori, per ritrovarti poi considerando l’ingenuità come dote e l’intelletto come unico mezzo di salvezza e cura di se’. Spesso ho pensato che le tavole di piccole dimensioni, in particolare, potessero essere quasi atti, gesti riflessivo devozionali laici. Memorie e desideri.

 

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