FRANCESCO PALMIERI

Qual è il tuo primo ricordo legato all'arte?

 

Non sono in grado di citare un ricordo in particolare circa il mio primo approccio all’arte ma, a pensarci, mi vengono in mente una serie di circostanze in cui da bambino mi si presentava questo mondo. Ricordo bene ancora tutt’ora la forte impressione in me suscitata dalla forma, e soprattutto dall’odore, dei pastelli a cera che usavano le mie sorelle di maggiore età, e l’invidia e frustrazione che provavo, io bimbo di pochi anni, nei loro riguardi per quello che loro riuscivano a realizzare.

 In un ricordo più preciso mi vedo, di qualche anno più grande, nel tentativo di copiare una stampa di un paesaggio marino probabilmente del ‘700, e ricordo ancora chiaramente la grande suggestione che in me provocava quella maestria di realizzare, con quel tessuto pittorico, quella magnetica superficie del cielo e del mare; maestria che da studente avrei più tardi ritrovato e ammirato, nella pittura del secolo precedente, in maestri tra gli altri, come Lorrain e Salvar Rosa.

 E anche determinante è stato per me avere tra le mani e poterli sfogliare periodicamente, le tavole di un mio bisnonno, che nonostante dilettante, manifestava una notevole maestria nel disegno, una attenzione e cura per la pulizia del segno che molto mi avrebbero successivamente influenzato.

 

Su cosa si basa la tua ricerca, sia sul piano tecnico che concettuale?

 

E per rispondere alla seconda domanda, voglio usare come spunto un altro ricordo: in qualche modo ero venuto in possesso di un angioletto di legno intagliato a mano. Associandolo inspiegabilmente all’odore della cipria rosa che usava mia nonna,  rammento come ne osservavo rapito la forma, le sapienti tracce lasciate dallo scalpello dell’artigiano, il quale per realizzare l’oggetto, mi sembrava dovesse appartenere ad una classe superiore di uomini, quasi ad una casta sacerdotale che faceva riferimento a realtà mistiche.

 E appunto la mistica è la chiave di volta con la quale senza dubbio tendo ad identificare la mia attività artistica. Ma, ad essere radicali, come può l’arte non essere considerata un impulso religioso?

A parer mio non bisogna farsi ingannare da propositi che al giorno d’oggi appaiono sempre più imperanti e ineludibili, che tendono a dar dei connotati riduttivi, quali il considerare l’arte come un semplice veicolo per esprimere la propria individualità o i presunti scopi educativi o di impegno sociale. Soprattutto dopo l’affermazione così dilagante dell’astrattismo, il postulato del dover dare voce ed evidenza alla propria limitata e personale visione della vita è diventato irrinunciabile. Ma chi può confutare che l’arte di per sé, per sua natura intrinseca, non sia già astratta? Chi può negare che già quella di Raffaello e Michelangelo non sia arte astratta, se è vero che astrazione è processo, oltre che mentale, soprattutto spirituale mediante il quale una cosa viene isolata da altre con cui si trova in rapporto, ed elaborata, trascesa ed esaltata. Quindi arte come ascesi.

“Abolire la realtà”, il monito di Ulrich, il protagonista del l’uomo senza qualità di Musil coglie in pieno la vocazione nella quale sento di identificarmi come artista. Ci dev’essere un’inimicizia fisiologica tra l’artista e il mondo; un’incompatibilità tra l’autore e il regno della necessità, il reale

che Artaud definiva “escremento dello spirito”.

E sempre su Artaud, Derrida argomenta: <<La regressione verso l’inconscio fallisce se non risveglia il sacro, se non è esperienza “mistica” della “rivelazione”, della “manifestazione”della vita nel suo emergere primo.>>

Io non posso non propormi, nella mia attività, un assunto impersonale, un proposito che esplori e misuri la mia aderenza e appartenenza all’universalità delle cose, anche se il tutto è individuato ma anche corroborato attraverso le forme della mia esperienza particolare e personale e del mio tempo.

E tutto questo si traduce in termini pratici nella priorità che ha assunto da sempre per me il disegno.

 Questa straordinaria facoltà dell’intelligenza, di cui la mano ne diventa la protesi, non solo mi ha insegnato a penetrare a fondo, quasi nell’anima delle cose ma, rimanendo su un aspetto puramente

Tecnico, mi ha insegnato a dipingere e quindi a concepire la pittura come una sublimazione cromatica di forme.

 

Quali artisti, del presente o del passato, sono un tuo riferimento o una tua fonte di ispirazione?

 

Sicuramente ho da ritenere determinanti alcune figure di artisti del passato, recente e non, che più di altri mi hanno guidato e che continuano a farlo tutt’ora: Mantegna, Dürer, al già citato Salvator Rosa, Delacroix, fino ad arrivare a quegli esempi di artisti profondamente ispirati di Böcklin e Klinger. Ma la figura a quale penso di essere più debitorio è senz’altro De Chirico, che insieme certamente al fratello Savinio, mi è da sempre apparso come un vero maestro di vita e di pensiero.

 

Pensi che oggi l'artista abbia, o debba avere, un ruolo “sociale”?

 

Mantenendomi coerente con quanto detto sopra, l’artista, capace di avvertire tutto il peso e il valore della sua missione e vocazione, deve, dal punto di vista sociale, attraverso le sue opere, offrirsi come modello di esperienza sovrapersonale, come esempio di ricerca costante e di espressione atta a mostrare quella realtà “geniale” in cui tutti possano rispecchiarsi.

A parer mio bisogna sempre più disertare il triste scenario in cui l’artista moderno allestisce il teatrino del proprio ego.

 

Cosa troverò di te nei tuoi lavori?

 

A  questo punto dovrei rispondere: il meno possibile!.

 

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